Perché gli italiani non vogliono pagare il canone Rai?
in Advertising + Varie 3 commenti.
Come ogni anno in questo periodo, ecco che ci tocca ascoltare i discorsi da bar su “canone sì/canone no”, diatriba che vede contrapposti i presunti furbi che non pagano il canone Rai e i presunti fessi che invece lo pagano.
Sintetizzando direi che ciò che alimenta quest’eterna e anche un po’ stucchevole discussione, è un vero e proprio difetto di comunicazione.
L’Italia è un paese in cui il numero ed il tipo di imposte che paghiamo fa rabbrividire: gli italiani sono abituati a corrispondere periodicamente moltissime imposte, a volte inconsapevolmente, spesso senza conoscere la fine o destinazione che fanno i loro soldi.
Ecco: la quota di versamento che corrisponde al canone Rai non è niente di più, niente di meno, che un’imposta che ogni cittadino, italiano e/o straniero su territorio italiano, è tenuto a versare al Ministero dell’Economia e Finanza in virtù del possesso dell’apparecchiatura necessaria a ricevere il segnale radiotelevisivo.
Domanda: di fronte a questa verità, perché il pagamento del canone riesce a suscitare reazioni indignate da parte di chi arriva a sostenere che tanto sui canali Rai non passano mai programmi interessanti, quindi non vale la pena pagare quest’imposta?
Risposta: difetto di Comunicazione.
Difetto innanzitutto nel Nome: “canone Rai”, o”abbonamento alla Rai”. Errore. Il canone Rai non è una sottoscrizione volontaria, non è un abbonamento o un contratto tra un cittadino e l’emittente. Per questo non dovrebbe chiamarsi così. Non c’entra niente con i contenuti radio-telesivisi, non c’entra niente con il fatto che uno la Rai la veda oppure no. Niente di tutto questo. Il canone Rai non è un canone: è un’imposta che si versa al Ministero dell’Economia e Finanza e che viene, in nome di una convenzione stipulata dal Ministero con la Rai, riscossa da quest’ultima. E’ un’imposta, legata esclusivamente al possesso materiale di un televisore. Pertanto chi non paga un’imposta froda lo Stato, e non la Rai.
Secondo difetto, derivante dal primo: la comunicazione pubblicitaria. Da anni, probabilmente da prima che io stessa possa ricordare, la Rai è abituata a sollecitare il pagamento dell’imposta con una serie di Spot che invadono il palinsesto e puntano sul fatto che la TV generalista di Stato promette contenuti per tutti e di qualità: “Di tutto, di più“.
Adesso: se questi spot servissero ad aumentare il gradimento del pubblico per i contenuti trasmessi, ad aumentare la fedeltà dei telespettatori/consumatori, ad accrescere la notorietà del Brand, a far aumentare indirettamente gli introiti che la Rai ottiene dagli investimenti in pubblicità, non avrei proprio un bel niente da dire.
Invece la Rai, da anni, continua a darsi la zappa sui piedi ribadendo che il canone (è un’imposta!) assicura ai propri telespettatori una TV generalista, di qualità, per tutti – tentando un convincimento basato NON sull’obbligo di versamento, ma sulla scelta. Di fronte a questo tipo di comunicazione, non c’è da meravigliarsi se tantissimi telespettatori/cittadini (tra questi perfino il Primo Ministro) percepiscano il pagamento dell’imposta come un abbonamento/contatto con la TV di Stato e, quindi, di conseguenza, arrivino un bel giorno a pensare: “io non la guardo la Rai, non vedo perché debba pagare il canone”.
E, dirò di più, non è accettabile neanche tanto clamore e tanta pubblicità per il pagamento di un’imposta (il canone Rai è l’unica imposta per la quale si sprecano pubblicità e spazi), né l’utilizzo dei tanto famigerati agenti di vigilanza, che agenti non sono, ma si presentano ai nostri citofoni con l’ardire di voler entrare nelle nostre case a controllare che nelle nostre abitazioni effettivamente non ci sia un televisore: insomma, una gran confusione nel modo e nel contenuto di quanto si comunica – dal nome, agli spot, alla vigilanza, alle comunicazioni personali che vengono indirizzate periodicamente agli abbonati.
Un’insensata commistione tra pubblico e privato (perché, sì, la Rai è una società per azioni sotto partecipazione del Ministero dell’Economia e delle Finanze che possiede il 99,56%. Il restante 0,44% è proprietà della SIAE), comunicata talmente male da generare il moto populista di volersi sottrarre al pagamento di un’imposta persino in morigerati cittadini abituati a versare – silenti – tutte le altre.









Sono Gabriella Infante e sono una User Experience Designer. Scrivo per i Curiosi di questa disciplina, per le Imprese che hanno bisogno di orientarsi tra le opportunità a disposizione e per quanti fanno questo lavoro e amano trovare nei propri colleghi uno spunto di riflessione o di dibattito. Il mio punto di vista è quello di chi, per mestiere..









Ottimo articolo Gabriella! aggiungerei solo che non è necessario possedere un TV per essere costretti a pagare la tassa (iniqua) in quanto anche un PC in se stesso, essendo abilitato alla ricezione del segnale audio visivo, costituisce causa per il pagamento della tassa!!
Sono perfettamente d’accordo con te, Costel. Infatti di proposito non ho voluto soffermarmi sull’equità dell’imposta. Paradossalmente se il canone fosse preso per quello che è, se ne potrebbe parlare seriamente senza cadere nel luogo comune “non guardo la rai, quindi non pago”…
In realtà, oltre al difetto di comunicazione c’è un errore di fondo nell’evoluzione che ha avuto il canone rai nel corso del tempo. Originariamente nato come canone/abbonamento alla rai (quando questa era l’unica a trasmettere in Italia) e quindi legato alla proprietà di un apparecchio televisivo, si è poi trasformato in tassa prima sulla proprietà e poi sul possesso di un apparecchio televisivo ed infine anche sul possesso di un pc (questa l’avevo sentita dire ma speravo di aver capito male). Al tempo in qui i televisori erano un oggetto “magico”, chi vendeva un televisore doveva trasmettere alla rai i dati dell’acquirente per il fatto che l’acquisto portava automaticamente alla fruizione delle trasmissioni. Da un certo momento in poi (non ricordo l’anno) questo adempimento non è stato più necessario. Oggi quando si compra un televisore nessuno richiede i dati dell’acquirente da trasmettere alla rai. Quindi non è più possibile fare un censimento degli apparecchi venduti per determinare chi deve pagare e chi no. Nonostante questa “evoluzione” di un abbonamento in tassa, la rai continua a comunicare in maniera subdola in modo da far credere che il “canone rai” sia una scelta e non una tassa obbligatoria. Io penso che quanti non pagano lo facciano in segno di protesta per una manovra condotta grossolanamente ed in maniera iniqua nei confronti dei contribuenti. Perchè il difetto di comunicazione non è perpetrato per imperizia ma per malafede (imho).